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Intervista a Mara Fazio, professore associato di Discipline dello Spettacolo all’Università La Sapienza di Roma e traduttrice della raccolta „Tigeltangel“ di Karl Valentin.

 

 

 

Mara Fazio è professore associato di Discipline dello Spettacolo. Prima dell'entrare in ruolo all'Università ha lavorato molti anni per  i programmi culturali della  radioTV e per il teatro scrivendo testi, adattamenti e traduzioni tra cui Tingeltangeldi Karl Valentin (Adelphi, 1980).  I suoi studi si sono concentrati sui rapporti tra teatro e storia (Il teatro della Repubblica di Weimar, il Teatro  francese dalla Rivoluzione alla Restaurazione, Il teatro europeo degli anni Settanta)   e  sulle arti sceniche (Attore, Regia) tra Settecento e Novecento in  Europa, con particolare attenzione a Francia e Germania.  Ha diretto vari programmi di ricerca CNR e Ateneo. Tra i suoi libri Lo specchio, il gioco e l'estasi.L'Arte del teatro in Germania dal realismo storico all'espressionismo(Levi 1988, Bulzoni 2003); Il mito di Shakespeare e il teatro romantico(Bulzoni, 1995); François-Joseph Talma, primo divo. Teatro e Storia tra Rivoluzione, Impero e Restaurazione(Leonardo Arte 1999) recentemente uscito in edizione francese (CNRS Éditions, 2011), Regie Teatrali dalle origini a Brecht(Laterza 2007). Insieme a Pierre Frantz ha curato La fabrique du théâtre. Avant la mise en scène 1650-1880(Desjonquères  2010).

 

Intervista a cura di Simonetta Soliani

 

Soliani: Chi era Karl Valentin?

Fazio: Era un geniale comico dialettale bavarese (1880-1948) nato da una famiglia piccolo-borghese in un sobborgo  di Monaco, che lasciato il lavoro di falegname divenne un clown musicale, autore di surreali sketch per lo più a due personaggi, ispirati al suo ceto e alla sua periferia, cui rimase sempre fedele nonostante l'acquisita notorietà nel mondo intellettuale del primo dopoguerra tedesco. 

 

Soliani: Com’erano i teatri in cui si esibiva K.V.? Che tipo di pubblico andava ai suoi spettacoli?

Fazio: Valentin era inscindibile dal suo pubblico, dai locali provinciali, periferici, ineleganti e fumosi in cui erano nati i suoi sketch e i suoi personaggi e in cui si parlava il dialetto bavarese. Se andare ai Kammerspiele fu un'eccezione, andare a Berlino, dove recitò nel Kabarett der Komiker, fu un trauma che non volle ripetere, nonostante il successo. All'epoca c'era una profonda differenza fra la Germania del sud e la Germania del nord, a Berlino il dialetto bavarese non era capito, Valentin amava il suo ceto, la sua periferia, odiava i viaggi, poteva esprimersi solo entro i confini della Baviera, era a disagio nella metropoli. 

 

Soliani: Nel 1911 il grande incontro con Elisabeth Wellano in arte Lisl Karstadt.

Fazio: Non so molto di Liesl Karlstadt. Era un personaggio molto appartato, ipersensibile e spesso depressa, una delle tante figure, frequenti nel mondo teatrale, che subordinano la propria vita personale alla propria arte e per la quale il teatro funge da terapia nei confronti delle difficoltà dell'esistenza. Valentin era una persona gentile, ma come allora usava, nonostante in scena lui fosse inscindibile dalla sua spalla, come chiedeva anche il pubblico, non lasciò mai la moglie e la famiglia per lei.

 

Soliani: Cosa ha significato per lei tradurre la raccolta di sketch „Tingeltangel“?

Fazio: Tradurre il dialetto bavarese è difficile, in molti casi impossibile, è stata un po’ una sfida, ho scelto i brani in cui era possibile e ne ho tralasciati altri in cui era troppo difficile. La prima traduzione è stata pensata per la messinscena di Tingeltangel (lavoravo all'epoca in un gruppo teatrale di giovani). Quando ho proposto il libro all'Adelphi, Roberto Calasso, il direttore editoriale mi ha risposto: "Verrò a teatro a vedere Tingeltangel (che in quel momento era in scena a Milano). Se il pubblico ride vuol dire che Karl Valentin è traducibile e faremo il libro". E' venuto, ha riso molto, come il resto del pubblico, ed è nato il libro. 

 

Soliani: Ci sono delle curiosità o annedoti particolari che riguardano K.V.?

Fazio: Mio nonno era bavarese, aveva quattro anni meno di Karl Valentin e come lui era un uomo profondamente ironico. Fu molto presente nella mia infanzia e mi parlò molto di lui, lo aveva visto più volte recitare quando era giovane. Quando io ero all'università studiai molto Brecht e scoprii il nome e il ruolo di Valentin, la mia curiosità crebbe, decisi di leggerlo e poi di tradurre qualcosa di quello che aveva scritto, aiutata da mia madre e anche da lui, che allora viveva ancora: il suo ruolo fu essenziale per capire espressioni particolari che non avrei mai potuto comprendere da sola.

 

Soliani: Perché K.V. ricopre un ruolo così importante nella cultura bavarese?

Fazio: Perché è stato molto amato dagli intellettuali tedeschi degli anni venti, in particolare da Brecht che da giovane suonava il clarino nel teatrino del comico, e fu profondamente influenzato dalla sua ironia, dalla sua aria da "eroe bastonato" (Benjamin) e dalla capacità di smascherare l'inadeguatezza degli esseri umani e il lato ridicolo del tragico, favorendo l'elaborazione del teatro "epico" brechtiano, un teatro antiretorico, anti-tragico, anti-illusionistico, opposto agli eccessi lirici dell'Espressionismo allora in voga.